Paura del Coronavirus: cinque domande che faremmo bene a porci - Psicologo Pesaro - Daniele Morelli

Paura del Coronavirus: cinque domande che faremmo bene a porci

Il Coronavirus spaventa tutti. Ma certe nostre preoccupazioni sono fondate o sono influenzate dal “virus della paura”? Il Prof. David DeSteno ci offre in merito risposte interessanti

 

Lo psicologo sociale David DeSteno, professore di Psicologia alla Northeastern University, ha recentemente pubblicato un articolo sul blog del New York Times intitolato “In che modo la paura distorce il nostro pensiero rispetto al Coronavirus”? L’ho subito trovato molto stimolante perché si occupa, attraverso numerosi esempi tratti da ricerche scientifiche, di un aspetto psicologicamente rilevante. Il rapporto tra paura e realtà. L’opinione pubblica rispetto al Coronavirus mostra spesso atteggiamenti che denotano una visione della realtà distorta ed esageratamente pervasa dalla paura, del tutto umana, di essere contagiati da qualcosa di imperscrutabile. Peraltro, il rapporto tra paure profonde e ataviche e realtà ha marcatamente a che fare anche con la psicoterapia e la psicoanalisi e nel mio studio professionale mi occupo giorno per giorno di queste cose.

 

Per questi motivi ho deciso di tradurre per voi l’articolo di DeSteno suddividendolo, attraverso delle domande che io stesso mi sono posto leggendolo, in cinque questioni chiave.

 

1) In quali circostanze psicologiche prendiamo decisioni rilevanti per la nostra salute?

 

Quando si tratta di prendere decisioni che comportano rischi, noi umani possiamo essere irrazionali in modi davvero sistematici – un fatto questo che gli psicologi Amos Tversky e Daniel Kahneman, com’è noto, hanno dimostrato con l’aiuto di una situazione sperimentale, paurosamente inerente all’odierna epidemia di Coronavirus. Questo esperimento è giunto alla luce della ribalta come il problema della malattia asiatica.

 

I due professori hanno chiesto ad alcune persone di immaginare che gli Stati Uniti si stessero preparando allo scoppio di un’insolita malattia asiatica che si prevedeva che avrebbe ucciso 600 cittadini. Per combattere la malattia le persone potevano scegliere tra due opzioni: una cura che avrebbe assicurato il salvataggio di 200 persone oppure un’altra che aveva una probabilità del 33% di salvare tutti i 600 cittadini ma, anche, una probabilità del 67% di non salvare nessuno. Qui è emersa una chiara preferenza: il settantadue percento dei partecipanti all’esperimento ha scelto la prima opzione.

 

Quando però Tversky e Kahneman hanno formulato il problema in modo diverso, in modo tale che la prima opzione assicurasse che solo 400 persone sarebbero morte e la seconda opzione offrisse una probabilità del 33% che nessuno sarebbe morto e una probabilità del 67% che tutti i 600 sarebbero morti, le preferenze delle persone si invertirono. Il settantotto percento preferiva la seconda opzione.

 

Questo è irrazionale perché le due domande non sono differenti dal punto di vista matematico. In entrambi i casi, scegliere la prima opzione significa accettare il fatto che 200 cittadini vivono, e scegliere la seconda significa abbracciare un terzo delle probabilità che tutti possano essere salvati (quindi 200 cittadini viventi, ndr) con una, complementare, probabilità di due terzi che tutti moriranno. Eppure, ci spiegano i professori, nelle nostre menti le perdite sono più minacciose dei guadagni, e quindi quando le opzioni sono espresse come decessi piuttosto che non in termini di cure, accetteremo più rischi per cercare di evitare le morti.

 

2) Quindi questo significa che le nostre decisioni non sono infallibili sul piano psicologico?

 

Il nostro processo decisionale è scorretto quanto basta quando la malattia è ipotetica. Ma quando la malattia è reale – quando vediamo che i tassi di mortalità effettivi aumentano quotidianamente, come nel caso del coronavirus – entra in gioco un altro fattore oltre alla nostra sensibilità alle perdite: la paura.

Gli stati cerebrali che chiamiamo emozioni esistono per una ragione: per aiutarci a decidere cosa fare dopo. Riflettono le previsioni della nostra mente rispetto alla probabilità che accada qualcosa nel mondo e quindi rappresentano una maniera efficiente di prepararci a questo. Ma quando le emozioni che proviamo non sono correttamente calibrate rispetto alla minaccia o quando stiamo facendo delle valutazioni in settori in cui abbiamo poca conoscenza o poche informazioni pertinenti, i nostri sentimenti hanno una maggiore probabilità di portarci fuoristrada.

 

3) Esistono validi esempi di decisioni distorte “a causa” dei nostri sentimenti?

 

Lasciate che vi faccia un esempio. In diversi esperimenti, io e i miei colleghi abbiamo condotto delle persone a sentirsi tristi o arrabbiate facendo loro leggere un articolo di una rivista che descriveva o l’impatto di un disastro naturale su una piccola città o i dettagli di veementi proteste anti-americane all’estero. Successivamente, abbiamo chiesto loro di stimare le frequenze di certi eventi che, se si verificassero, in genere renderebbero le persone tristi (ad esempio, il numero di persone che quest’anno dovranno sopprimere l’animale domestico prediletto) o arrabbiate (ad esempio, il numero di persone che quest’anno verranno ingannate intenzionalmente da un rivenditore di auto disonesto) – stime, queste, rispetto alle quali le persone non avrebbero avuto in quel momento una risposta informata.

 

Di volta in volta, abbiamo scoperto che quando l’emozione che le persone provavano corrispondeva alle sfumature emotive di un evento futuro, le loro previsioni per la frequenza di quell’evento aumentavano. Ad esempio, le persone che si sono arrabbiate si aspettavano che molte più persone venissero truffate da un concessionario di auto rispetto a quelle che si sentivano tristi, anche se la rabbia che provavano non aveva nulla a che fare con le auto. Allo stesso modo, coloro che si sentivano tristi si aspettavano che più persone dovessero sopprimere i loro animali domestici.

 

La paura funziona in modo simile. Usando un campione rappresentativo a livello nazionale nei mesi successivi all’11 Settembre 2001, la scienziata dei processi decisionali Jennifer Lerner ha mostrato che la paura portava le persone a credere che fossero più probabili determinati eventi ansiogeni (ad esempio un attacco terroristico).

 

Tali risultati mostrano che le nostre emozioni possono influenzare le nostre decisioni in modi che non riflettono accuratamente i pericoli che ci circondano.

 

4) Le reazioni dell’opinione pubblica all’allarme Coronavirus sono un ulteriore esempio di distorsione del giudizio dettata dalla paura?

 

Fino ad oggi (la data di pubblicazione dell’articolo è l’11 Febbraio, ndr) è stato confermato che solo 12 persone negli Stati Uniti hanno avuto il Coronavirus e tutte hanno effettuato o sono state sottoposte a monitoraggio medico. Eppure, la paura di contrarre il virus è dilagante. In tutti gli Stati Uniti, le maschere per il viso (la maggior parte delle quali non aiuta contro il virus) sono state prese d’assalto, vi è stata una certa esitazione a recarsi luoghi affollati e persino un crescente sospetto che qualsiasi asiatico potesse ospitare il virus.

 

Non fraintendetemi: possono avere molto senso alcune politiche di quarantena o di monitoraggio quando la minaccia è reale e le misure si basano su dati precisi. Ma i fatti presenti sul campo, al contrario delle paure infondate, non giustificano certe azioni. Per la maggior parte di noi, l’influenza stagionale, che ha ucciso fino a 25.000 persone negli Stati Uniti in pochi mesi, rappresenta una minaccia ben maggiore rispetto al Coronavirus.

 

Dunque, anche se infondate le nostre paure possono sembrarci più vere di quanto non siano davvero. Si può spiegare come questo possa succedere dal punto di vista psicologico?

 

Si potrebbe pensare che il modo migliore per risolvere il problema sia che le persone giungano ad essere più deliberative – ovvero, farle riflettere più attentamente sulle problematiche in questione. Sfortunatamente, quando si affacciano alla mente questo tipo di distorsioni del giudizio indotte da emozioni, questa strategia può peggiorare la situazione. Quando le persone dedicano più tempo a riflettere su un problema ma non hanno a portata di mano i fatti rilevanti per prendere una decisione informata, vi sono più opportunità per i loro sentimenti di colmare gli spazi mancanti.

 

Per dimostrare ciò, io e i miei colleghi abbiamo condotto un’altra serie di esperimenti, in cui abbiamo presentato a persone tristi, arrabbiate o emotivamente neutrali una proposta del governo di aumentare le tasse. In una versione della proposta, affermavamo che l’aumento delle entrate sarebbe stato utilizzato per ridurre i problemi “che fanno deprimere” (come le condizioni di indigenza nelle case di cura). Nell’altra, ci siamo soffermati sui problemi “che fanno arrabbiare” (come l’aumento del crimine a causa della carenza di agenti di polizia). Come ci aspettavamo, quando le emozioni provate dalle persone corrispondevano all’emozione logicamente legata all’aumento delle tasse, i loro atteggiamenti nei confronti della proposta diventavano più positivi. Ma il maggiore impegno che dedicavano a valutare la proposta non andava a ridurre questa distorsione del giudizio; la rendeva più forte.

Il mix di emozione fuori misura e conoscenza limitata, una situazione in cui molte persone si trovano ora rispetto al coronavirus, può mettere in moto un circolo vizioso di condotta irrazionale. Poiché alimentano le nostre paure, le notizie sugli incidenti virali in Cina ci rendono non solo più preoccupati di quanto bisogna esserlo rispetto al rischio di contrarre il virus, ma anche più suscettibili di abbracciare congetture e atteggiamenti potenzialmente problematici, ostili o paurosi nei confronti di coloro che ci circondano – congetture e atteggiamenti che a loro volta rafforzano la nostra paura e amplificano il ciclo.

 

5) Esiste qualche modo di risolvere il problema delle distorsioni del giudizio?

 

Quindi, come risolvere il problema? Ancora una volta, la soluzione non è cercare di riflettere più attentamente sulla situazione. La maggior parte delle persone non possiede le conoscenze mediche per sapere come e quando affrontare al meglio le epidemie virali e, di conseguenza, le loro emozioni dominano indebitamente. Piuttosto, la soluzione è affidarsi alla competenza informata rispetto ai dati. Ma nel mondo di oggi, temo che manchi una solida fiducia nelle competenze, rendendoci troppe volte vittime della paura.

Dott. Daniele Morelli
Dott. Daniele Morelli
Sono uno psicologo clinico e ho una formazione psicoanalitica. Per anni mi sono occupato di adolescenti con forte disagio familiare e di pazienti psichiatrici in età adulta. Ho acquisito, durante le mie esperienze cliniche, forti competenze nell'ambito del trattamento dei disturbi mentali (in particolar modo nel trattamento psicologico dei disturbi di personalità e delle psicosi). Il mio metodo di lavoro si basa sulla psicoanalisi e si rivolge all'adulto, all'adolescente e alla coppia. Se desideri una prima consulenza, contattami pure qui.