Cosa provano verso sé stesse le persone che praticano autolesionismo? - Psicologo Pesaro - Daniele Morelli

Cosa provano verso sé stesse le persone che praticano autolesionismo?

In questo articolo provo ad esplorare, sulla base di fonti scientifiche, sentimenti, pensieri e dinamiche psicologiche associate all’autolesionismo. Vi indicherò dunque 4 cose da sapere per aiutare coloro che soffrono di questa drammatica forma di sofferenza psicologica.

Ogni psicoterapeuta di esperienza sa bene che, per aiutare le persone che praticano autolesionismo a scopi non suicidari, ad esempio tagliandosi e bruciandosi, è necessario comprendere i pensieri e i sentimenti che li conducono a farsi del male, oltre che la loro storia. In questo articolo vi propongo alcune cose da sapere su questo fenomeno psicologico, traendo spunto sia dalla mia personale esperienza clinica, sia da fonti scientifiche.

#1 L’autolesionismo ricorre tipicamente tra i più giovani ed è una cosa difficile da superare da soli

Secondo le ricerche epidemiologiche, in media, il primo episodio di autolesionismo avviene a 15 anni (anche se parecchie persone incominciano anche a 17 o 18 anni). Si sa anche che è difficile porre fine al ricorso delle condotte autolesive: circa tre persone su quattro continuano a farsi del male a frequenza alterna e due autolesionisti su dieci sentono di dipendere dal loro autolesionismo, come se fosse una droga. Un dato preoccupante è che in Italia il fenomeno è diffuso e in crescita: 1 giovane italiano ogni 7 una volta nella vita si è autoinflitto ferite, tagli, etc (Mencacci, 2019, fonte ANSA). Un altro dato, altrettanto importante è che la presenza di depressione e di una storia familiare di abusi aumentano drammaticamente la vulnerabilità della persona all’autolesionismo.

#2 Il disgusto verso se stessi potrebbe essere all’origine degli atti autolesivi

In una recente ricerca la psicologa Noelle Smith e i suoi colleghi della Southern Methodist University di Dallas si sono chiesti se depressione e abusi aumentino il rischio di autolesionismo perché portano le persone a provare disgusto verso se stesse (Smith et al., 2015). Secondo i ricercatori infatti il disgusto di sé può innescare emotivamente il desiderio di farsi del male.

Nel loro studio oltre cinquecento studenti, sia maschi che femmine, hanno risposto a diverse domande. Per esempio, si è loro chiesto se si fossero mai intenzionalmente fatti del male (i.e.  attraverso tagli, bruciature, graffi, etc.); quando è stata l’ultima volta che si sono fatti del male; se avessero avuto sintomi ed esperienze di depressione; se avessero mai vissuto storie di abuso fisico o sessuale; se avessero sintomi di ansia; e soprattutto, quale fosse l’entità, il grado dei loro sentimenti di disgusto per se stessi. A tal fine potevano indicare, in una rosa di 18 frasi-chiave, quelle che meglio descrivevano il loro soggettivo senso di disgusto per se stessi.

Coerentemente con le loro previsioni, Smith e colleghi hanno appurato che maggiore era il disgusto per se stessi che riferivano gli studenti, maggiore era la probabilità che avessero già compiuto, precedentemente, gesti di autolesionismo (statisticamente parlando, ogni grado in più, o deviazione standard, raggiunto sulla variabile “disgusto verso di sé” era correlato ad una probabilità doppia, e non casuale, di autolesionismo).

#3 L’autolesionismo allevia i sentimenti di vergogna ma allo stesso tempo provoca disgusto verso di se

Nello studio di Smith è anche emerso che i livelli di disgusto per se stessi erano più alti tra gli studenti che nell’ultimo anno erano stati autolesionisti. Essi erano proprio quegli stessi studenti che segnalavano nella loro vita sia sintomi di depressione che una storia di abusi fisici o sessuali. Tuttavia, è anche emerso che la depressione non era più statisticamente legata all’autolesionismo se si prendeva in considerazione il disgusto di sé come variabile di riferimento. E questo sta a significare che il disgusto di sé potrebbe essere la chiave del legame tra depressione e autolesionismo.

Queste scoperte si allineano a diversi studi già esistenti sugli aspetti più cognitivi del disgusto per se stessi – ad esempio, ci sono prove che l’autolesionismo è associato a pensieri autocritici e ad un eccesso di concentrazione sui propri errori. Altri studi, invece, hanno anche evidenziato un aspetto purtroppo assai caratteristico dei fenomeni autolesivi. Il gesto autolesionistico, per quanto venga vissuto dalla persona come un tentativo di ridurre il disgusto per se stessi, è anche ciò che intensifica quello stesso auto-disgusto. Smith e colleghi hanno, in effetti, sottolineato proprio questo legame duplice tra autolesionismo e disprezzo di sé: l’autolesionismo allevia i sentimenti di disgusto con se stessi, ma innesca, inesorabilmente, profondi sentimenti di vergogna verso se stessi.

# 4 Per aiutare coloro che soffrono di autolesionismo è fondamentale mostrare loro un atteggiamento di “ascolto rispettoso”

La natura dello studio di Smith naturalmente non aiuta a chiarire se sia il disgusto verso se stessi a contribuire a comportamenti autolesionistici o se, piuttosto, non sia vero il contrario. Ma forse porsi questa domanda è un po’ come chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina. La psicoanalisi, infatti, da tempo sottolinea che la nostra mente ha una natura dinamica. Questo vuol dire che, prima di chiedersi se la vergogna causi gli atti autolesivi (o il contrario), dovremmo chiederci quale sia il contesto in cui si verifica sia l’autolesionismo sia il disgusto verso se stessi: in quale fase della vita vengono vissute queste esperienze? Quali equilibri interni si sono spezzati in questo drammatico momento? Quali, e di che tipo, sono le relazioni interpersonali che stabilisce la persona che pratica l’autolesionismo e che vive un profondo senso di autocritica?

Il rapporto tra vergogna e autolesionismo, quindi, è senz’altro un elemento fondamentale di questa forma di disagio psicologico. Quello che però si diversifica da una persona ad un’altra è il legame di significato (la dinamica interiore) tra disgusto verso se stessi, autolesionismo e contesto esistenziale in cui queste esperienze si vivono.

Per fare un esempio, è del tutto diversa la vergogna che prova un adolescente che si taglia perché ha bisogno di attirare le attenzioni degli altri, da quella che prova un adolescente che si taglia perché le relazioni con gli altri le vive come cose difficili (e da evitare). In un caso ci si vergogna di quanto ci si senta influenzati dagli altri e l’autolesionismo diventa un gesto estremo di autoaffermazione. Nell’altro, invece, la vergogna fa da controcanto al senso di rabbia verso di sé, al bisogno di punire se stessi (e di stare lontano da coloro che fanno soffrire).

L’aspetto comune in questi esempi, estremi e del tutto ipotetici, è che l’autolesionismo ha sempre una funzione per la persona. È una forma disperata di ricerca di aiuto. Chi la pratica lo fa perché sente di non avere altre maniere (al di là di quelle che procurano ferite autoinflitte) per comunicare ciò che prova.

E infatti ogni psicoterapeuta esperto in materia sa bene che la miglior forma di cura per gli autolesionisti riguarda soprattutto l’atteggiamento emotivo verso di loro: bisogna mostrarsi attenti e curiosi, ascoltare, non sentirsi troppo preoccupati dai loro gesti disperati. Parlare di sé, della propria storia, dei propri sentimenti, delle proprie angosce, sentirsi ascoltati, tutte queste esperienze da sole possono essere assai consolatorie per queste persone, le quali il più delle volte sono solo terrorizzate dal timore di sentirsi escluse e ignorate dagli altri.

 

Fonti

 Farsi male da soli, cresce l’autolesionismo tra i giovani (2019, 14 Novembre). ANSA.

Smith, N., Steele, A., Weitzman, M., Trueba, A. & Meure, A., (2014). “I’m Disgusting”: Investigating the Role of Self-Disgust in Nonsuicidal Self-Injury. Archives of suicide research: official journal of the International Academy for Suicide Research. 19. 10.1080/13811118.2013.850135.

 

 

 

Dott. Daniele Morelli
Dott. Daniele Morelli
Sono uno psicologo clinico e ho una formazione psicoanalitica. Per anni mi sono occupato di adolescenti con forte disagio familiare e di pazienti psichiatrici in età adulta. Ho acquisito, durante le mie esperienze cliniche, forti competenze nell'ambito del trattamento dei disturbi mentali (in particolar modo nel trattamento psicologico dei disturbi di personalità e delle psicosi). Il mio metodo di lavoro si basa sulla psicoanalisi e si rivolge all'adulto, all'adolescente e alla coppia. Se desideri una prima consulenza, contattami pure qui.