Cinque cose da sapere per entrare nel mondo degli introversi - Psicologo Pesaro - Daniele Morelli

Cinque cose da sapere per entrare nel mondo degli introversi

Si può entrare a contatto con chi si rifugia nella sua timidezza? Eccovi qui alcuni consigli provenienti dalla ricerca scientifica.

 

Introversione e timidezza rappresentano aspetti della personalità che possono caratterizzare alcune persone più di altre, o alcune fasi della vita piuttosto che non altre. Quando, tuttavia, queste tendenze diventano così rigide da impedire di esporci nei più comuni contesti sociali (per esempio a lavoro, a scuola, con gli amici e così via) allora possono diventare un serio ostacolo al nostro equilibrio psicologico. In certi casi particolarmente gravi, ad esempio, la persona è così pervasa dal senso di inadeguatezza e dal timore della critica esterna da diventare rigidamente introversa, fino al punto di ritirarsi quasi del tutto dal mondo esterno.

 

Se l’introversione diventa, quindi, una modalità cronica, rigida e generalizzata di essere, una parte immodificabile del carattere della persona, secondo la Psicologia Clinica si può parlare di Disturbo di Personalità Evitante. Le persone che soffrono di questo disturbo sono molto restie a prendere coscienza di quanto sono introverse e del dolore legato alla loro timidezza. Spesso proprio coloro che stanno loro più vicino (amici, parenti stretti, etc.) rappresentano l’unica opportunità di apertura verso l’esterno (sia che si tratti semplicemente di parlare di sé, sia che si tratti di trovare la forza di farsi aiutare psicologicamente).

 

In una ricerca molto interessante, pubblicata nel 2019, la psicologa Kristine D. Sørensen, assieme a un team di ricercatori norvegesi (qui il link del loro studio) ha cercato di studiare il disturbo evitante attraverso il punto di vista in prima persona di chi ne soffre (quali parole userebbe un paziente per descrivere la sua esperienza personale di evitamento e di timidezza? Che cosa si prova? Che cosa si pensa? Che cosa si vive? Come ci si osserva? Come si osservano gli altri?).

 

In questo articolo cercherò di descrivere i risultati di questa ricerca nella maniera più semplice possibile traducendoli in 5 cose da sapere per riuscire a comprendere coloro che soffrono di timidezza patologica.

 

1) Le persone evitanti non amano affatto la loro solitudine. La solitudine è semplicemente il luogo più sicuro, per loro, di dare risposte alle loro paure più profonde su se stessi.

 

Il dramma delle persone evitanti è che si sentono al sicuro quando sono sole, ma nella loro solitudine si sentono anche perdute. Si può pensare alla loro timidezza paragonandola a una lotta alla ricerca di se stessi come persone. Ma che cosa significa questo? Significa che dietro la loro evidente solitudine e introversione queste persone custodiscono al sicuro dentro di sé profondissime questioni su chi siano come individui rispetto agli altri. In un certo senso si sforzano di trovare attorno a questo interrogativo, per loro inquietante, un significato. Infatti, contrariamente all’impressione di ritiro che possono indurci, dentro di sé desiderano profondamente un contatto con gli altri. Il problema è che tentano di trovarlo esclusivamente dentro di sé, essendo profondamente terrorizzati dal contatto con gli altri. Questo essenzialmente avviene perché il loro senso di sé come persone (per gli psicologi l’immagine di Sé) è fragile. Dentro di sé si sentono perduti ma si sentono allo stesso modo anche assieme agli altri, come se fossero poco chiari i confini tra loro e gli altri.

 

2) La lontananza dagli altri è solo l’aspetto più superficiale della timidezza patologica.

 

Dietro la loro timidezza le persone evitanti si sentono in bilico tra paura e desiderio del rapporto con gli altri. Pur desiderando un rapporto infatti le personalità evitanti sono terrorizzate dall’entrare in intimità con gli altri. Per cui cercano il più possibile di porsi a distanza di sicurezza dai rapporti interpersonali: preferiscono comunicare con gli altri con lo smartphone, piuttosto che non direttamente, oppure evitano il contatto visivo con le persone che hanno di fronte. Rispetto a questi comportamenti una persona evitante, ad esempio, potrebbe dire:

“Io sono molto diffidente rispetto alle persone. Quali sono le loro intenzioni? Sembrano carine con me ma in fondo lo sono veramente?”

 

3) Dentro di sé le persone evitanti custodiscono una profonda e dolorosa insicurezza.

 

Le persone evitanti si sentono costantemente insicure rispetto a se stesse nel rapporto con gli altri. Una delle espressioni più tipiche di queste insicurezze potrebbe essere:

 

“Io non mi sono mai sentita notata. Nessuno mi ha mai conosciuta davvero. Non mi sono mai sentita amata”

Si sentono diverse dagli altri che vengono percepiti come quelli più disinvolti, quelli più capaci di essere spontanei nel vivere la loro vita. Queste percezioni rimarcano le loro insicurezze e diventano letteralmente insopportabili, come un tarlo nella testa. Una frase che ben esprimerebbe questa sensazione potrebbe essere:

“Ho sempre una sensazione di pesantezza nella mia testa che mi lacera. Non trovo pace. Non so proprio cosa fare!”

La ricerca della solitudine, seppur consolatoria, diventa comunque una drammatica conferma ai loro occhi che si sentono persone sole al mondo e questo di per sé evoca un immenso dolore, una travolgente e soffocante tristezza. Una espressione tipica di questo sentimento potrebbe essere:

“Mi sento avvilito, come dicessi a me stesso “sei di nuovo solo piccolo uomo, e non ce la farai mai; rimarrai da solo”.”

 

3) La scarsa spontaneità delle persone evitanti risponde a una profonda paura di essere se stessi.

È comprensibile che le persone evitanti non possano sopportare a lungo il dolore della solitudine. E infatti, ben più di quel che si potrebbe pensare, lottano disperatamente per reagire alle loro insicurezze.  Il problema è che la strategia più sicura per loro da adottare è anche molto onerosa: nascondersi dietro una maschera. È come se fossero convinti che debbano recitare una parte per non essere rifiutati. Se immaginassimo di parlare di questo con una persona evitante potremmo sentire frasi del tipo:

 

“Mi accorgo di spendere un sacco di energie. Impiego tutta la mia consapevolezza proprio cercando di non farmi prendere in giro e sembrare normale”

 

Così è ricorrente, sia in loro che negli altri, l’impressione che siano poco spontanei nelle relazioni sociali. D’altra parte, dentro di sé le persone evitanti è come se sentissero il penoso sentimento di fondo di non esserci neppure con gli altri. Un senso di vuoto emotivo che certe volte è simile alla sensazione di non sapere più niente di sé stessi. Un paziente evitante che richiede aiuto al riguardo potrebbe, per esempio, dire:

 

“Penso che un qualsiasi momento in cui ho un rapporto con qualcuno possa essere veramente divertente o dovrebbe esserlo. Poi però io non sento proprio niente”

 

4) L’ansia sociale e il timore del giudizio sono vissuti che potenzialmente riguardano tutti noi.

 

In alcuni casi la timidezza e il ritiro dalle relazioni sociali sono reazioni di evitamento ad un’ansia acuta di essere giudicati in situazioni in cui ci si espone alla presenza altrui. Gli psicologi clinici in questi casi parlano di Disturbo d’Ansia Sociale. Tuttavia, si stima che un’ampia fetta della popolazione occidentale (dal 7 al 13 %) abbia sofferto almeno una volta nella vita di fobia sociale (Furmark, 2002). L’ampia prevalenza nella popolazione generale del Disturbo di Ansia Sociale (12, 1 %) ha senz’altro a che fare con il carattere cronico della fobia sociale ma anche con il fatto che l’ansia sociale è ben più frequente tra le persone di quanto non si voglia pensare.

 

5) Il Disturbo di Personalità Evitante si può affrontare attraverso la psicoterapia

 

La psicoterapia e la psicoanalisi offrono alle persone evitanti un validissimo aiuto per affrontare le insicurezze che le rendono timide e ritirate. Una buona psicoterapia, che in questi casi richiede tempo, può infatti rappresentare una fonte di alleanza terapeutica per questi pazienti; ovvero può offrire loro un’esperienza in parte nuova: una relazione caratterizzata da calore umano e fiducia nell’altro. Questo, a sua volta, può aiutare questi pazienti a riflettere meglio e più proficuamente su di sé e sul modo in cui contribuiscono alla loro introversione. Inoltre, aspetto questo non secondario, lo stesso psicoterapeuta, nello sforzo di ascoltare e capire questi pazienti, inevitabilmente li aiuta a interiorizzare modi più spontanei di essere in rapporto con gli altri.

Dott. Daniele Morelli
Dott. Daniele Morelli
Sono uno psicologo clinico e ho una formazione psicoanalitica. Per anni mi sono occupato di adolescenti con forte disagio familiare e di pazienti psichiatrici in età adulta. Ho acquisito, durante le mie esperienze cliniche, forti competenze nell'ambito del trattamento dei disturbi mentali (in particolar modo nel trattamento psicologico dei disturbi di personalità e delle psicosi). Il mio metodo di lavoro si basa sulla psicoanalisi e si rivolge all'adulto, all'adolescente e alla coppia. Se desideri una prima consulenza, contattami pure qui.