9 motivi per i quali è sin troppo facile temere una psicoterapia (e ignorarne i benefici) - Psicologo Pesaro - Daniele Morelli

9 motivi per i quali è sin troppo facile temere una psicoterapia (e ignorarne i benefici)

Perché la psicoterapia può farci tanta paura?

Sentirsi insicuri rispetto all’opportunità di incominciare una psicoterapia è cosa molto comune. In Italia (fonte Enpap, 2016) la spesa da parte dei cittadini per le prestazioni psicologiche è cresciuta del 600 % negli ultimi vent’anni, nonostante il lungo periodo di crisi economica e di contrazione dei consumi. Nello stesso tempo, secondo un’indagine dell’Eurodap (Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico), 9 italiani su 10 negano di avere un disagio psicologico, pur soffrendone in qualche misura, e dichiarano di provare comunque vergogna nel riconoscere di avere problemi come ansia e attacchi di panico; inoltre solo 1 italiano su 10 riconosce, per esempio, che stati rigidi e incontrollati di ansia potrebbero essere patologici.

In sintesi, seppur sia in aumento il bisogno di rivolgersi ad uno psicologo o psicoterapeuta, è forte anche la tendenza a negare di avere difficoltà psicologiche (e quindi di aver bisogno di rivolgersi ad un professionista). Senz’altro qui si tratta di dover affrontare il secolare problema di non riuscire a vedere nei problemi psicologici altro all’infuori delle sinistre ombre dello stigma sociale e del pregiudizio. Ma non c’è solo questo probabilmente.

Nella mia pratica clinica affronto quotidianamente le preoccupazioni dei miei pazienti rispetto a quello che potrebbero affrontare in psicoterapia. E non è infrequente che queste preoccupazioni personali siano connesse a miti talora distanti dai fatti ma profondamente radicati nell’immaginario collettivo.

In questo articolo elencherò le preoccupazioni che più frequentemente trattengono i miei pazienti dal loro stesso bisogno di cercare aiuto psicologico e nello stesso tempo cercherò di descrivere in che misura esse si basano su miti più o meno distanti dalla realtà.

#1 Alla fine dei conti i miei problemi non sono realmente dei problemi

Questa idea comunemente esprime questo tipo di timore: il convincimento che una terapia psicologica sia una specie di ultima spiaggia o quantomeno una cosa che riguardi solamente chi ha gravi disturbi mentali. È certamente vero che la psicoterapia si propone di curare le sofferenze psicologiche gravi. Ma è anche vero che questo non è l’unico obbiettivo possibile di una terapia. Nella mia pratica clinica, per esempio, mi sono il più delle volte misurato con una semplice domanda di supporto da parte dei pazienti; e le cose miglioravano proprio quando riuscivo a fargli capire che riconoscere di avere una difficoltà psicologica era preferibile al fatto di negare ogni problema. Riconoscere un problema equivale ad affrontarlo e questo di per sé può permettere di progredire più rapidamente e di sentirsi meglio prima. Si tratta semplicemente di buon senso. In fondo sarebbe veramente meglio far finta di niente fino a che le cose non si metteranno male e causare difficoltà crescenti?

 

#2 I problemi si risolvono da soli

Non appena si sente di avere qualcosa che non va a livello fisico è per noi ovvio cercare un parere medico. Chi, se non un medico, potrebbe dare un significato ai segni di malessere manifestati dal nostro corpo? Uno psicoterapeuta, in maniera più o meno simile, è stato a lungo addestrato a dare senso ai segnali di malessere manifestati dalla nostra mente. Eppure, ci sembra più semplice individuare nelle malattie mediche un fatto da gestire assieme un medico e, per converso, nei problemi psicologici delle cose da affrontare da soli. Forse si teme che un aiuto psicologico dimostri che non si è capaci di gestire autonomamente le proprie difficoltà emotive.

Ma, pensandoci bene, è proprio vero il contrario. Le migliori psicoterapie sono quelle in cui i pazienti incorporano dentro di sé i confronti con il proprio psicologo, fino al punto di diventare gli psicologi di sé stessi quando sono da soli. La sicurezza in sé e l’autonomia sono veri e propri obbiettivi di una psicoterapia.

#3 Oddio, questa psicoterapia durerà per sempre!

È forse la preoccupazione più diffusa tra i miei pazienti ad inizio percorso. In realtà nulla stabilisce quanto una psicoterapia debba durare nel tempo. Di certo si fa fatica a definire psicoterapia un percorso di qualche manciata di sedute. Ma rimane il fatto che la frequenza delle sedute e la durata di una terapia sono sempre discusse assieme da paziente e terapeuta. Ed è pur sempre il paziente, in ogni caso, a poter decidere se e quando terminare il suo percorso. Le psicoterapie, peraltro, prevedono innumerevoli possibilità riguardo alla loro durata. Alcune persone beneficeranno di percorsi a breve termine, altre invece di psicoterapie a lungo termine o di una psicoanalisi. Tutto dipende dai propri bisogni individuali e dai propri personali obbiettivi.

#4 Ma non è che dovrò rivelare tutti i miei pensieri privati ad uno sconosciuto (lo psicoterapeuta)?

Questa preoccupazione è chiaramente tradita da uno dei più comuni epiteti con cui, nei film che vediamo in tv o al cinema, si fa riferimento ad uno psicologo: lo strizzacervelli. Ma lo psicoterapeuta ha davvero il compito di strizzare la mente del paziente fino a filtrarla da ogni possibile residuo di privacy personale? Assolutamente no. È il paziente che decide di cosa parlare. Ed è ancora il paziente che stabilisce quanto condividere di sé con uno psicologo. Ai pazienti non può essere negata la libertà di dettare il ritmo della loro psicoterapia. Sta allo psicoterapeuta capire questo e costruire il processo terapeutico nel quale “quel” particolare paziente si sentirà di più a suo agio. È in effetti cosa ben nota che il successo terapeutico coincide con lo sviluppo di una relazione affidabile e sicura per i pazienti. E un bravo psicologo farà sempre il possibile per ottenere la fiducia del paziente.

#5 Lo psicologo mi giudicherebbe così come potrebbe farlo qualsiasi altro estraneo

Probabilmente anche quando parliamo dei nostri vissuti emotivi con il più affidabile dei nostri compari, confidenti, amici, ci chiediamo segretamente se lui (o lei) sia davvero interessato alle nostre comunicazioni, se sentirà dentro di sé qualcosa che li porterà a respingerci o ad avvicinarsi a noi ancora di più, ad approvarci o a condannarci.

È quindi naturale che i miei pazienti si chiedano le stesse cose davanti a me, il loro psicologo (e per giunta un estraneo). Purtroppo, è più facile di quel che si pensi temere che recarsi da uno psicologo, quali che siano le proprie buone ragioni, sia di per sé cosa vergognosa. Il più delle volte questi timori portano i miei pazienti a chiedersi se io non farò altro che giudicarli (così come forse farebbero loro stessi per primi nei propri confronti…). Comunque sia, ciò che tendo a dire in questi casi, è: dipende da ciò che si intende per “giudizio”!

I giudizi sono in realtà del tutto umani e inevitabili. Se sfogliamo un qualsiasi vocabolario della lingua italiana vedremo in corrispondenza del lemma “giudizio” varie connotazioni di senso: discriminare, discernere, stabilire valori o meriti, formulare un verdetto, etc. (Treccani).

Ora, lo psicologo giudica i propri pazienti? Senz’altro sì. Ma il punto è il modo in cui lo fa.

Lo psicologo giudica il paziente nel solo senso di “distinguere, discernere”. Ovvero nel senso di formulare dentro di sé ipotesi sul significato che, più di tutti gli altri possibili significati, comprende il punto di vista del paziente e permette meglio di calarsi nei suoi panni.

D’altra parte, il giudizio di uno psicologo non potrà mai essere un giudizio di valore o di merito, un verdetto. Non sta a lui stabilire se il paziente sia “giusto o sbagliato”. Anche perché un bravo psicoterapeuta sa bene che non vi sono emozioni, desideri, esperienze, etc. più giuste di altre. Esistono semmai punti di vista, quelli di ognuno dei suoi pazienti, ciascuno con le sue buone ragioni per essere al mondo ed essere comunicato a qualcuno.

#6 Andrà a finire che diventerò dipendente dal mio psicoterapeuta (e dalla psicoterapia)?

Non è scopo di una psicoterapia quello di incoraggiare una relazione di dipendenza tra paziente e terapeuta. Al contrario, l’obbiettivo è quello di promuovere il cambiamento all’interno di una relazione collaborativa, basata sulla reciprocità. Ma che cosa significa in fondo relazione reciproca tra paziente e terapeuta? Senz’altro significa che lo psicologo aiuta il paziente, nel contesto di una relazione sicura, ad esplorare quali siano i migliori modi per lui di sentirsi meglio, e di comprendersi profondamente. Ma significa anche un’altra cosa: aiutare il paziente a comprendersi e sentirsi meglio anche quando non si trova accanto al suo psicologo. La sicurezza emotiva che lo psicologo cerca di offrire al paziente non equivale a una richiesta di passività da parte del paziente. È vero piuttosto il contrario: si spera che anche il paziente, nel tempo, si sentirà al sicuro nei suoi panni quando si troverà a risolvere problemi e prendere decisioni autonomamente.

#7 Se parlassi dei miei dubbi lo psicologo mi detterebbe cosa fare, come sentirmi, come comportarmi

Se mai uno psicologo vi suggerisse che emozioni provare, quali comportamenti adottare, che tipo di decisioni formulare per risolvere certi dubbi state pur certi che non stareste svolgendo una psicoterapia. Uno psicoterapeuta non è una balia per il paziente, e il suo compito non è quello di fornirgli dei tutorial sul migliore dei modi possibili di essere felici. L’autonomia e il libero arbitrio di un paziente sono (e devono essere) cose sacre per un professionista, che voglia davvero definirsi tale, della salute mentale. Per converso, non è così infrequente che i pazienti mi chiedano suggerimenti su come risolvere un dilemma, per esempio, relazionale. Talora mi chiedono letteralmente: “Cosa dovrei fare adesso che sono così arrabbiato e confuso verso di lei? E adesso che sono attratto da un’altra? Dovrei lasciare la mia compagna? O no? Lei cosa mi suggerisce?”. Può sembrare strano, ma il più delle volte rimangono piacevolmente colpiti dal fatto che non gli darò suggerimenti e dal mio personale sforzo di portarli a capire meglio perché intendano rinunciare così volentieri alla loro libertà di pensiero e di azione. Forse è proprio questo interrogativo ad aiutarli di più. Per esempio, a scoprire che sono così terrorizzati dal fatto di essere a contatto con certi sentimenti negativi verso il partner da temere di essere, solo per questo, cattivi, dannosi, obbligati moralmente a interrompere un rapporto (come se non ci fossero differenze tra pensieri e azioni).

Il miglior guadagno che si può ottenere da una terapia è capire che tra pensieri e azioni si collocano dei significati emotivi, e che siamo più liberi non quando decidiamo il prima possibile che cosa fare, ma, al contrario quando ci concediamo il diritto (e il tempo) di essere pienamente presenti a noi stessi (e alla nostra emotività) mentre agiamo.

#8 Dovrei essere preoccupato da quello che potrei capire di me stesso in psicoterapia

Questa preoccupazione ha chiaramente a che fare con il mito per cui una psicoterapia tira fuori di noi verità scomode, disdicevoli, se non, peggio ancora, mostruose, e, proprio per questo, sepolte nelle profondità della nostra mente. Ora, è senz’altro vero che larga parte della nostra mente si fonda su fenomeni inconsapevoli. Lo è altrettanto il fatto che una psicoterapia cerca di porre chiarezza su certi aspetti di noi stessi ancora poco conosciuti, e che questo, a sua volta, contribuisce a ripristinare certi equilibri emotivi. Ma il successo di una psicoterapia non si fonda affatto sulla mera scoperta di inquietanti segreti interiori. Le cose illuminate da un buon percorso psicologico hanno più spesso (seppur non sempre) a che fare con il modo in cui ci si sente “qui ed ora” piuttosto che non “lì ed allora”; con fragilità umane che, ben più di quanto crederemmo, ci avvicinano a qualsiasi altro individuo piuttosto che non distinguerci come esseri anomali (mostruosi, vergognosi e via dicendo).

Così, per esempio, il paziente che giunge in terapia per problemi di impotenza sessuale, incredulo di questo fatto come se testimoniasse un insuccesso della sua vita (altrimenti costellata da grandi vittorie e affermazioni professionali e umane), trae gran beneficio dal capire che c’è un aspetto di sé che forse non ha mai davvero considerato. Un aspetto presente e non solamente passato, emotivo e non puramente storico. Che teme, più di quanto pensa, che sentirsi imperfetti in una relazione intima sia fonte di vergogna personale. Ma in fondo cosa stabilisce che l’intimità con il proprio partner non possa accogliere fragilità emotive, debolezze, insicurezze? Chi stabilisce che sia solo la perfezione umana a godere di diritto di cittadinanza nella relazione con coloro che amiamo? Per un paziente simile il solo porsi, assieme al terapeuta, domande di questo tipo è terapeutico. Non vi è in ciò nessuna scoperta traumatica. Ancora una volta, si tratta solo di guadagnare, a fianco al proprio psicologo, lo spazio sufficiente per essere presenti a sé stessi (e al proprio mondo affettivo).

#9 Vorrei provare l’esperienza di fare una psicoterapia ma non ne sono convinto fino in fondo…

Sarebbe un po’ come dire che per fare una psicoterapia bisogna essere assolutamente convinti, al di là di qualsiasi ragionevole dubbio, di andare da uno psicologo. Come se, per converso, ogni dubbio personale dimostri che lo psicologo non è per sé indispensabile. Ma sono per primi gli psicologi a sapere bene che la psicoterapia non è l’unica soluzione possibile a tutti i mali. Nulla stabilisce se e quando sia irrinunciabile la figura dello psicoterapeuta. Io personalmente ho incontrato poche volte pazienti veramente convinti che stavano facendo bene a rivolgersi a me. Il fatto è che andare da uno psicologo non è una opzione dettata da criteri oggettivi. È una scelta personale, che come ogni scelta personale, è costituita da convincimenti e dubbi. Ogni psicologo sa bene che i dubbi di percorso saranno all’ordine del giorno nei propri pazienti. Del resto, sarebbe irrispettoso aspettarsi totale abnegazione da parte dei pazienti: una psicoterapia richiede pur sempre loro di riflettere su sé stessi in una maniera diversa dal solito, talvolta dolorosa. Rimane un diritto del paziente, in ogni caso, decidere quale strada intraprendere per sé. Ed è dovere di ogni psicoterapeuta dar loro il tempo di scegliere cosa voler fare. Nessuna psicoterapia veramente tale soffocherà le comprensibili incertezze dei pazienti rispetto all’inizio di un percorso. E questo perché in ogni psicoterapia certezze e dubbi hanno pari diritto di essere ascoltati. Semmai, a tal proposito può succedere che io, come psicologo, ponga ai miei pazienti una domanda bonariamente provocatoria: “Perché mai non ci si può mostrare incerti di essere qui davanti a me? E cosa impedisce, invece, di provare a parlarne per poi vedere cosa succederà?”

Dott. Daniele Morelli
Dott. Daniele Morelli
Sono uno psicologo clinico e ho una formazione psicoanalitica. Per anni mi sono occupato di adolescenti con forte disagio familiare e di pazienti psichiatrici in età adulta. Ho acquisito, durante le mie esperienze cliniche, forti competenze nell'ambito del trattamento dei disturbi mentali (in particolar modo nel trattamento psicologico dei disturbi di personalità e delle psicosi). Il mio metodo di lavoro si basa sulla psicoanalisi e si rivolge all'adulto, all'adolescente e alla coppia. Se desideri una prima consulenza, gratuita e senza impegno, contattami pure qui.